Indietro le lancette dell’orologio (intervento sul Corriere delle Alpi)

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Articolo apparso sul “Corriere delle Alpi” del 17/01/2012.

Nei giorni scorsi, in un suo editoriale, il Direttore Omar Monestier sosteneva che ormai nel PD bellunese praticamente coesistono due partiti diversi.

Di sicuro c’è che nel PD non tutti la pensano allo stesso modo; questa diversità di visione, che ruota su una questione fondamentale, non ha lasciato immune neppure il livello nazionale. Certo è che in Città, dopo varie movimentazioni negli ultimi anni, come era prevedibile l’approssimarsi delle elezioni ha fatto giungere il nodo al pettine.

Il tema può essere intuito prendendo spunto da un’intervista rilasciata a questo quotidiano la settimana scorsa da Sergio Reolon: venivo bollato come una persona che non ha il (presunto) consenso per vincere contro Prade, si spiegava che per questo non può sostenermi essendo l’abbattimento di quest’ultimo l’unico obiettivo che ci si deve porre, e che le primarie non si devono fare.

Questa impostazione di pensiero viene letta da una parte del PD, all’interno della quale vi sono anche io, come il portare le lancette dell’orologio indietro di alcuni anni e il rimettere in discussione i motivi per cui è nato il Partito Democratico: essere la forza che elabora coraggiosamente quelle riforme la cui importanza – e l’urgenza – era tale da paralizzare la pavida classe politica italiana.

La sfida consisteva, in pratica, non solo nella fase di elaborazione, ma anche nella fondamentale condivisione del progetto riformista con la gente, definendo insieme gli aspetti programmatici, e costruendo attorno un consenso: non come se questo fosse un obiettivo, ma innanzitutto il metro della credibilità della proposta e di chi la interpreta. Sull’onda di queste suggestioni sono nate la primarie, e, contestualmente, molte persone che non avevano un passato politico alle spalle, in particolare i giovani, si sono avvicinati al PD. Questioni che appaiono oggi di rinnovata attualità dopo la decisione della Consulta di confermare l’attuale legge elettorale che impedisce ai cittadini di poter decidere i propri rappresentanti.

Oggi, dunque, il primo errore consiste proprio nell’idea di inseguire ad ogni costo un consenso presunto invertendo i ruoli che prevedeva l’idea originaria del PD, come se il nostro obiettivo fosse prendere voti e non l’idea per la quale dobbiamo prenderli.

Il secondo errore sta nel trattare l’avversario politico come un “nemico”. Ciò infatti significa che stiamo facendo una guerra sulla base di una nostra presunta superiorità intellettuale e non sulla base di un’idea alternativa a quella della controparte. Questo nostro tipico atteggiamento – narcisistico e qualche volta anche un po’ arrogante – ha già ampiamente dimostrato, anche nel recente passato, di portarci alla sconfitta anche quando alcuni nel PD – ma non tutti, appunto – ritenevano impossibile perdere.

E’ da questo ragionamento che discende quindi il vero nodo: il PD vuole rilanciare l’idea riformista originaria costruendola e misurandone la credibilità con la gente o preferisce invece imboccare la strada del pacchetto preconfezionato che, intendiamoci, può anche funzionare ed essere di tutto rispetto, ma conduce a tutt’altra prospettiva da quella ipotizzata alla nascita del PD?

Temo che a Belluno la risposta l’abbia data la mozione approvata dall’assemblea comunale del PD, che ha stabilito di non procedere a primarie e di decidere direttamente un candidato, all’interno delle proprie stanze. Evidentemente sulla base della sola presunta forza elettorale.

Jacopo Massaro

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